di Annarosa Pesole
Mar, 30/06/2009 - 07:19
Miei cari Dirigenti della Sinistra Italiana,
sento il dovere di scrivervi e manifestare il mio più profondo sconcerto di fronte al dilagare di comportamenti anti-democratici che mi lasciano esterefatta quasi parimenti al vostro silenzio. Mi chiedo se davvero non avete espresso opinione o se il regime mediatico di cui l’italia è vittima, come sotto sortilegio da oramai più di un decennio, abbia ingoiato le vostre voci fino al punto da non poterle udire nemmeno nei solitari luoghi di libera informazione che ci sono rimasti. Ho difficoltà ad interpretare questo silenzio!
Vedo il mio paese lasciato in balia di balordi, non degni nemmeno di amministrare un acre di terra desertica, strenuamente impegnati a corrodere il tessuto socio-culturale di questa italia rendendola xenofoba, omofobica, violenta, ipocrita e mi chiedo dove siano finiti i tutori dell’espressione del mio voto, della mia idea di italia che temo voi abbiate dimenticato.
Nel nome di una lotta infima e di bassa lega che travolge e consuma tutto ciò che ingloba, avete dimenticato che l’unica maniera per vincere sono le idee. Avete dimenticato di portare agli italiani un modello di nazione per cui battersi e infervorarsi. Io me la ricordo ancora l’Italia che vorrei.
Vorrei un’Italia che non ha paura e a cui sia stato insegnato il valore dell’accoglienza e non la criminalizzazione della migrazione. Vorrei un’Italia che non gridi a violenze ma che sappia spiegare le sue ragioni nel rispetto del processo democratico. Vorrei un’Italia compatta nella sua indignazione di fronte a retaggi fascisti per nulla celati, soprattutto se i malinconici sono ministri della Repubblica! Se questa parola ha ancora un senso!
Vorrei un italia la cui politica industriale sia il sostegno alla media e piccola impresa (i distretti industriale del Nord-Est, dell’Emilia, della Puglia), alla nascita dell’imprenditoria giovanile e femminile (non di certo SviluppoItalia) e non destinare la più congrua fetta alle dinastie di industriali italiani vecchie (FIAT , gruppo Marcegaglia, etc) e “nuove” (new- Alitalia) che ampiamente hanno dimostrato incompetenza imprenditoriale.
Vorrei un’italia che si vergogna di chiamare la social-card uno strumento di politica sociale. L’offesa è pari al suo costo e alla sua inutilità. Le politiche sociali di un paese partono dalla regolamentazione del mercato del lavoro. Le condizioni contrattuali odierne sono levise della forza lavoro. Il logorio del precariato, la presenza di una fortissima dualità tra tutelati e non, disperdono energie e talenti. In italia va introdotto il licenziamento nel settore pubblico, non vi è nessuna ragione economica a sostegno dell’impossibilità di licenziare per lo Stato. Allo stesso tempo va concessa maggiore flessibilità ai lavoratori, una completa ristrutturazione della gestione del tempo di lavoro atta a facilitare il soddisfacimento di entrambe le esigenze domestiche e lavorative senza dover costringere nessuno, femmina o maschio che sia, a rinunciare al lavoro per prendersi cura di figli, invalidi, anziani. Capisco le difficoltà di un paese in forte stagnazione nell’investire in risorse e strutture quali asili, assistenza per gli invalidi e gli anziani, ciò nononstante mi rifiuto di credere che non si possano trovare altri strumenti. L’implementazione del flexi-time, part-time , l’estensione degli orari di apertura degli uffici pubblici sono politiche che hanno alleviato con successo il carico sopportato da alcune categorie di lavoratori. In particolare donne e madri sole. Ne sono esempio molti dei nostri vicini europei.
Vorrei un‘Italia che investa nell’istruzione in maniera coerente e coraggiosa. E che sappia al contempo aggiornarsi. La riforma dei piani didattici ha compiuto quasi novant’anni. Il 900 è stato un secolo pieno di trasformazioni di cui ancora oggi a fatica se ne riesce brevemente a discutere alla fine dell’ultimo anno di media superiore. Cosa ne sarà della futura classe politica che dovrà capire il conflitto israelo-palestinese senza averne memoria storica? Dubito che Caligola sarà di grande aiuto. E allo stesso modo studiare Dante per tre anni al di fuori del suo contesto cronologico, perdendo Calvino, Morante, Pasolini e lasciando solo il coraggio di Saviano, non finalizza gli strumenti interpretativi di coloro che saranno cittadini domani. La scuola va rafforzata anche nella sua struttura, deve ritornare ad essere custode della coscienza sociale dei ragazzi. In una società di fatto multietnica, la scuola ha il dovere di far riflettere sulle cause delle odierne asimmetrie tra culture, insegnando la responsabilità del proprio retaggio coloniale ed aprendosi alle potenzialità di una società multiculturale. A tal fine le attività extra-scolastiche pomeridiane sono un momento di confronto fondamentale nella crescita individuale. Renderle prassi per tutti gli studenti inoltre, garantirebbe lo sviluppo di un comune tessuto sociale per una futurà società di reciproco rispetto, faciliterebbe il rientro a lavoro del genitore e creerebbe nuovi posti di lavoro, da cui non ultima la smobilitazione delle graduatorie.
Certo mi rendo conto. Attività tutte molto dispendiose, forse troppo per un paese con un così elevato debito pubblico, e di certo l’aumento del la pressione fiscale risulta controverso. Non lo è però l’aumento della pressione sugli evisori fiscali; non è vano il tenativo di rieducare un popolo a comprendere che il piccolo vantaggio privato è un’enorme lacuna pubblica. Non è vana la riorganizzazione di alcuni dei settori di dipendenza pubblica. Due esempi immediati. Abbiamo un numero di parlamentari maggiore degli Stati Uniti pur avendo solo un quinto della popolazione americana. Abbiamo specifiche forze dell’ordine (Esercito, Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia Municipale, Guardia di Finanza, etc) eppure restiamo tra i più noti evasori fiscali e peggiori guidatori di Europa. Che siano per davvero tutte utili? E poi ancora la ricchezza di un paese va creata da ciò che il paese offre. L’italia offre cultura, servizi e turismo non siderurgico e nucleare.
La mia esperienza è comune a quella di moltissimi altri giovani italiani. Abbiamo lasciato il nostro paese per inseguire un sistema universitario più meritocratico e innovativo. Abbiamo scelto paesi in cui il riconoscimento della laicità dello Stato supera le barriere che impediscono oggi all’italia di crescere ed affermarsi come paese libero. Abbiamo conservato la speranza di poter ritornare, che vediamo quotidianamente avvilita.
In quanto donna, permettetemi di aggiungere che l’avvilimento è fortemente aggaravato dal perpetuarsi di schemi retrogradi e offensivi fin troppo tollerati e diffusi in questa cultura sempre più sessista.
In nome dell’Italia che vorrei vi chiedo di avere coraggio. Di gridare all’osceno. Di non temere ma provocare la reazione e l’indignazione degli italiani. All’arroganza di chi vende illusioni come Lucignolo nel paese dei balocchi vi chiedo di rispondere con un progetto politico che ci restituisca dignità, prima di essere tutti trasformati in asini.





















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