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La “Volpe del Tavoliere” finalmente smascherata e disarmata (?)
27 Gen 2010 - 11:45:18
La giornata del 24 gennaio 2010 sarà probabilmente ricordata come la “battaglia di Lipsia” per la carriera politica di Massimo D’Alema .
Un fiume di persone ha preso d’assalto i gazebo installati in tutta la Puglia per le primarie di coalizione ed ha espresso uno di quei responsi che ben difficilmente possono dare adito ad interpretazioni ambigue o divergenti: il vero sconfitto di domenica scorsa è Lui, Massimo D’Alema e ad essere umiliata da un fragoroso “pernacchio” collettivo e liberatorio è stata la sua visione alchemica e politicistica della politica che, ancora una volta, si è dimostrata essere tutt’altro che vincente.
Personalmente non mi colloco più da tempo tra i sostenitori più “inebriati” del vendolismo, pur avendo condiviso sin dalle origini lo spirito ispiratore della “Primavera pugliese”, ma pur tuttavia considero storico il risultato delle Primarie del 24 gennaio soprattutto perché forse, per la prima volta, esso è riuscito ad esprimere in modo plastico la frattura irreversibile tra il dalemismo (inteso come visione della politica) e il corpo vivo e pensante della Sinistra.
“La Volpe del Tavoliere” – come lo aveva battezzato il compianto Luigi Pintor in uno dei suoi corsivi caustici di qualche anno addietro – è il rappresentante più eminente di una intera generazione di post-comunisti abiuratori la cui identità incerta e schizofrenica ha tormentato un ventennio (o forse più) di vita della Sinistra italiana.
Si tratta all’evidenza di una generazione di sbandati (politicamente, s’intende) che, a partire dal crollo del muro del 1989, non ha mai saputo ritrovare un’identità politica in positivo, limitandosi a rincorrere frettolosamente e in modo spasmodico un’omologazione al pensiero unico del politically correct, nella speranza che ciò li facesse apparire, per quanto possibile, accettabili ad una ristretta cerchia di poteri forti, quelli che secondo D’Alema “contano” davvero nella società.
La summa del “pensiero debole” dalemiano degli ultimi venti anni è il seguente: l’Italia ha una maggioranza di destra, ergo, per vincere la Sinistra deve diventare Destra.
Si tratta di un ragionamento, all’evidenza, illogico ma che per l’alto grado di condivisione di cui ha goduto tra le classi dirigenti dell’ultimo ventennio, ha prodotto una diffusa eterogenesi dei fini nella Sinistra italiana.
Eppure già l’agonia del P.S.I. di Craxi nei primi anni ’90 avrebbe potuto fungere da insegnamento: un Partito di Sinistra che rinuncia alle sue ragioni fondanti (in primis l’emancipazione degli uomini da ogni forma di sfruttamento) è inesorabilmente votato alla sua dissoluzione.
Ogni “abiura” – come quella compiuta dai post-comunisti della generazione di D’Alema dopo il 1989 – implica inevitabilmente una ritrattazione frettolosa e sommaria della propria dottrina, in quanto l’abiura è, per sua stessa definizione, dettata dalla necessità drammatica e contingente di “salvare la pelle” (il che per una classe dirigente equivale a salvare le poltrone). Proprio come quando gli eretici abiuravano le proprie fedi eterodosse sotto la imminente minaccia del fuoco ardente dell’Inquisizione, i post-comunisti della generazione di D’Alema, incalzati dagli eventi inesorabili della storia dell’ultimo novecento, si sono affrettatamente sistemati sulla poltrona (apparentemente) comoda del pensiero unico del capitalismo neo-liberista e da quel momento hanno abbracciato una filosofia di vita cinica e “più realista del re”, che li ha portati ad abbracciare qualunque tipo di dogma che il mondo post-bipolare sembrava imporre loro.
In fin dei conti, anzichè compiere un ripensamento critico e onesto della storia del comunismo novecentesco, con i suoi errori ed orrori, gli uomini della generazione di D’Alema hanno mostrato di essere disposti a compiere ogni tipo di triplo salto mortale ideologico pur di far dimenticare il loro passato filo-sovietico e imporsi quale “classe dirigente” affidabile per un “Paese normale” (ipse dixit).
Come sempre accade in questi casi, quando un uomo rinnega una parte importante del proprio vissuto (in psicoanalisi: rimozione) per puro opportunismo e senza averne elaborato a fondo tutti gli elementi, può essere portato a compiere le più spregiudicate sofisticherie, spesso senza nemmeno rendersi conto della assoluta illogicità del proprio percorso.
Come Nichi Vendola ha magistralmente saputo descrivere nelle ultime ore della battaglia per le primarie (la brillantezza dell’eloquio è indubbiamente la prima qualità del nostro Presidente “rivoluzionario gentile”), la cosa che più di ogni altra la generazione di post-comunisti alla D’Alema e alla Bersani è riuscita a mantenere intatta del proprio passato filo-sovietico è “l'illusione di poter imporre alla base
qualsiasi scelta, per quanto, impopolare, in nome del fine superiore del partito. Soltanto che questo fine superiore non esiste più. E alla lunga, senza un'utopia, una trascendenza, la gente prima o poi si stufa di obbedire”.
A ben vedere, l’ultimo ventennio della carriera politica di Massimo D’Alema è costellata da una serie così impressionante di sconfitte, di magre figure, di previsioni puntualmente smentite dai fatti, al punto da far legittimamente dire a Marco Travaglio che “D’Alema sarà pure il politico più intelligente di tutti ma sta di fatto che non ne ha mai azzeccata una”.
Normalmente, in tutti i contesti politici dell’occidente democratico, un leader che ha collezionato così tante sconfitte avrebbe dovuto da tempo farsi da parte per un processo di fisiologico avvicendamento.
Non è possibile spiegare come finora sia potuto mancare tale avvicendamento se non ci si sofferma sulla cultura politica originaria da cui provengono Massimo D’Alema e i post-comunisti della sua generazione, storicamente abituati – come è noto – a mettere in discussione la leadership dei loro capi soltanto al momento della loro morte naturale.
Le note caratteriali del dalemismo risultano abbastanza note ai più: l’indomita e mai abbandonata tendenza all’accordo segreto di Palazzo (specie con l’avversario politico) costituisce l’evidente scorciatoia seguita da un uomo politico che sa bene (più o meno consciamente) di essere debole nella società ma forte nei retrobottega di Partito, in cui una platea di milit(o)nti sarà sempre pronta ad applaudire e a ratificare le scelte del Capo.
A risultare meno conosciute del personaggio politico D’Alema, a causa della tendenza dei media a trasformare i dibattiti politici in squallidi talk show privi di contenuti, sono i tratti essenziali del suo agire politico, sui quali occorrerà prima o poi che i suoi ex sostenitori, oggi finalmente disillusi, compiano una seria riflessione analitica.
Dove non erano riusciti i tanto vituperati Andreotti e Craxi (che, secondo alcuni, tra cui anche il sottoscritto, hanno pagato a caro prezzo il loro orientamento più libero dall’Impero U.S.A. in politica estera) ci è riuscito il primo Presidente del Consiglio post-comunista nel 1999: la partecipazione dell’Italia alla prima guerra aggressiva dichiarata dalla NATO ai popoli della Jugoslavia, fondata su una seria incredibile di falsi pretesti e menzogne mediatiche, costituisce un episodio vergognoso per la Sinistra italiana, su cui inviterei tutti a compiere uno sforzo critico di comprensione, magari documentandosi un po’ sui tanti bambini di Belgrado malati di leucemia o sui soldati italiani allo stesso modo colpiti e periti, i quali dovrebbero pesare come un macigno sulla coscienza non solo del “baffino”, ma anche dei suoi acritici sostenitori dell’ultimo ventennio.
Il lider maximo è riuscito anche ad eccellere nell’opera devastatrice delle nostre ricchezze nazionali, fiancheggiando immancabilmente i gruppi finanziari più “corsari” nella loro intensa azione di depredazione dei gioielli dell’economia di Stato: si pensi alla “anomala” privatizzazione della Telecom in favore di Colaninno (con la diserzione di Palazzo Chigi, all’epoca occupato proprio da Lui, alla riunione decisiva che decretò il placet alla “scalata a debito” del colosso della telefonia di Stato); si pensi all’atteggiamento osservato dallo stato maggiore degli allora D.S. in occasione delle più delicate opere di privatizzazione-svendita delle aziende bancarie e industriali nazionali (Autostrade, STET, Poste, Ferrovie, Credit, Comit, ecc.).
Nel mondo bancario, poi, emergono alcune tra le frequentazioni più imbarazzanti della carriera politica del “Nostro”: Vincenzo De Bustis, l’allora Direttore della Banca 121 (ex Banca del Salento), istituto che ha truffato migliaia di piccoli risparmiatori pugliesi con i famigerati prodotti my way e for you nei primi anni ‘2000, trovava in D’Alema il suo sponsor e protettore politico capace di imporre al Monte dei Paschi di Siena l’assorbimento della intera banca salentina (debiti e De Bustis compresi).
Si potrebbe proseguire a lungo ma non ce n’è il tempo: quel che più mi rimarrà impresso della giornata del 24.1.2010 è l’aver visto numerosi ex dalemiani disillusi, nella cui mente si è finalmente aperta una breccia di coraggio e di verità.
Liberandosi dell’identità negativa di chi non si è mai accettato come post-comunista pentito e mai si accetterà, possono porsi le basi per la ricostruzione di un moderno socialismo del XXI° secolo anche in Italia, ma la strada da compiere è ancora molto, molto, lunga.

Monopoli, 25.1.2010.
Giuseppe Angiuli
Mario · 60 visite · 0 commenti

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