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"Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita." (Enrico Berlinguer)

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"Non è assolutamente possibile che io riesca a salvare il mondo da solo, ma non ce la farei più a guardarmi allo specchio, se lasciassi passare anche un solo giorno senza provarci" ( I. Asimov 1981).






TARANTO: La Vagina e la Grande Industria

27 Lug 2012 - 16:37:49


Amo Taranto con quell’ostinazione cieca con cui si amano gli uomini stronzi, sbagliati e ignoranti.



Pare che chiudano l’Ilva di Taranto.



Il ché, alla percezione di un tarantino, suona meno verosimile di quando Raffaella Fico mise all’asta la sua verginità, prima di farsi presuntamente fecondare da calciatori.



Per i non addetti ai lavori, l’Ilva sarebbe questa fabbricona che impiega in parte il popolo tarantino e in parte una caterva di paesani, che spesso poi hanno 12 palazzine e 400 ettari di terra, ma questo è un dettaglio. Perché al sud non c’è la piccola imprenditoria. Al sud non c’è la “fabbrichetta“, che è una parola squisitamente lombarda, triveneta al massimo. Al sud noi abbiamo il mostro siderurgico, bene che vada. Giganteschi apparati macina-esistenza, che fagocitano tutta la bellezza e la salubrità del territorio in cambio di qualche migliaio di schiavi che per 1000 euro al mese mandi avanti il baraccone.





Photo by Piolzam’s Evolution – Backstage Pics




Appena ho letto il titolo della notizia, sono stata felice. Felice come quando ho vinto 2.500 euri al Bingo o come quando ho parlato nell’orecchio a Manuel Agnelli.



Ho immaginato migliaia di persone riversate in strada, nude a farsi il bagno nella fontana di Piazza Ebalia, a brindare per questa temporanea vittoria dell’ambiente, della salute, della vita, della legge, della giustizia su decenni di violenza, di abusi e di connivenze.



Invece, ho letto di migliaia di persone in strada per difendere l’Ilva. Anzi no, per difendere il posto di lavoro.



Sai, devono mantenere le famiglie.



Sai, devono farsi “mettere le marche”.



Sai, la rata della macchina.



Sai, lo stipendio sicuro.



Sai, il mutuo.



E allora ho pensato. Ho pensato per tutto il giorno. Mi sono posta il problema. Non volevo essere un mostro, non volevo pensarla da stronza. Non ho smesso di pensarci per tutto il giorno e, uscita dall’ufficio, ho chiamato i miei cugini, che all’Ilva ci lavorano.



Che all’Ilva c’aveva lavorato pure mio zio, che faceva i turni di notte e straordinario a nastro, che non era facile campare in 4 con uno stipendio. Che mio zio è uno che, così, parlando di politica, può snocciolarti senza remore frasi del tipo “Il problema è che è caduto il Muro (di Berlino)”. E’ un nostalgico, per così dire. Naturalmente, però,  lo dice in dialetto, perché in dialetto tutto suona straordinariamente più efficace. Mio zio è stato un grande lavoratore e ora, che percepisce la sua meritatissima pensione, ha sempre qualcosa da pittare: un cancello, un muro, una staccionata, delle sedie da giardino. Ed è uno di quelli vecchio stampo, c’ha quella tempra che gli uomini d’oggi non hanno più, che pure che c’ha quasi 70 anni col cazzo che si fa aiutare. E quando bestemmia, se la prende con San Procopio, che io non sono nemmeno sicura che esista, tale San Procopio, ma questo forse l’avevo già scritto da qualche parte.



Comunque, dicevo, quando mio zio ha lasciato l’Ilva, classiche storie di terroni, ci sono entrati i miei due cugini, che ci stanno dentro da quando io avevo ancora i capelli corti e gli occhiali con la montatura dorata e le lenti rotonde. Allora io, dopo il lavoro, ho fatto sta telefonata. C’ho chiesto com’è la situazione, cosa succede, come stanno, se sono preoccupati. Ho chiesto cosa ne pensano. E non è che non siano preoccupati, e me l’hanno detto che è un casino perché se davvero chiude, restano a terra 20.000 famiglie. Però entrambi m’hanno detto che vedranno come si mettono le cose e che, alle brutte, s’arrangiano e che qualcosa da fare la trovano. Anche a costo di andare. O di mettersi proprio. O di inventarsi un mestiere. Allora io c’ho detto che sono persone in gamba, che è ciò che penso, e poi, ho aggiunto, Tyler Durden diceva che perdere il lavoro è una cosa auspicabile, perché significa avere finalmente la possibilità di concludere qualcosa nella vita.



Poi abbiamo chiuso e io ho continuato a pensare.



Ho pensato a lungo. E sono giunta alla conclusione che l’Ilva bisogna chiuderla. Che la cosa giusta è questa. Che tutte le vie di mezzo sono beceri mezzucci per perpetrare lo status quo. Che la salute e la vivibilità del territorio non devono più essere disposti a scendere a compromessi. Che se l’Ilva resta aperta, nulla cambierà perché no, non è vero che gli impianti si metteranno a posto e ringrazio Vendola delle sue dichiarazioni, della sua ipocrisia, perché sa smuovermi l’intestino come nemmeno il Bifidus Essentius.



Ho pensato che l’Ilva bisogna chiuderla e che tutte le conseguenze sono solo un effetto collaterale del cambiamento.



Ciò che le autorità devono fare, se son degne di tal nome, è chiuderla.



E ciò che i tarantini devono fare come popolo, se son degni di tal nome, è reinventarsi.



E non si può sempre pensare che in nome dello stipendio fisso sia lecito uccidere il prossimo. E’ inumano difendere una mostruosità come l’Ilva, voglio dire che è quasi come quelle mogli che non crepentano di mazzate i mariti che di notte stuprano i figli.



Non vi è civiltà nel difendere l’Ilva. Non vi è dignità. Non vi è intelligenza. Mi spiace dirlo, mi spiace davvero, ma è così.



Forza e coraggio. Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo, come forse in tutti. Ognuno fa il meglio che può, con i mezzi che ha. Ognuno si mette il culo in batteria e cerca di restare a galla. Magari fa le valige e se ne va, a 1000 km o a 10.000 km. Ognuno resta e combatte, e vive con il terrore di scoprire da un giorno all’altro che a sé, o a qualcuno dei propri cari, restano pochi mesi di vita.





Photo by Piolzam’s Evolution




Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo e, per quanto mi riguarda: armatevi di zappe, armatevi di cazzuole, armatevi di pinze e di reti da pesca, armatevi di farina e olio di gomito, armatevi di inventiva, evolvetevi o tornate indietro, fate un po’ il cazzo che vi pare, ma lasciate che il mare torni ad essere mare, che l’aria torni ad essere aria, che la terra torni a dare i suoi frutti e che quei frutti siano commestibili. Lasciate che le cozze non siano più radioattive e che nel latte materno non ci sia più la diossina. Cogliete questa opportunità e concludete qualcosa nelle vostre miserrime vite. Perché se voi scendete in piazza, perché dovete pagarvi l’abbonamento alla 3 per permettervi un iPhone 4s che non sapete usare, siete complici di un delitto. E siete talmente ignoranti da non comprendere che questo è fraticidio e voi siete delle meretrici asservite a un potere che vi mastica e vi caga via, con le vostre metastasi, da 50 anni.



Quello di oggi è un cambiamento. Ed è un cambiamento in positivo. Non perché sapere che 20.000 famiglie restano senza lavoro sia una cosa buona. Nemmeno Borghezio potrebbe affermare una tale assurdità. Ma la situazione in cui Taranto vive è così vergognosa che anche un dramma occupazionale è un successo. Perché alla disoccupazione il rimedio c’è, basta cercarlo, basta essere disposti e pronti a trovarlo. Alla malattia, a quel genere di malattia per cui ogni tarantino ha almeno un morto prematuro in famiglia, la soluzione non c’è.



Ed è per la memoria di chi è schioppato a 30, 40, 50 anni, andandosene in un 1 mese, o dopo anni di sofferenze atroci; è per la memoria di chi ha lasciato mogli, mariti, bambini, di chi non ha fatto in tempo a vedere i nipoti o ad accompagnare i figli all’altare; è per la memoria di tutte queste persone che dovreste guardarvi in faccia e farvi delle domande che vadano due centimetri più in là delle vostre natiche. I vostri figli non valgono più di quelli che non hanno più un padre o una madre, grazie all’inquinamento prodotto dalla vostra meravigliosa industria. E se voi non siete capaci di dare alla comunità nemmeno una briciola di onestà intellettuale, forse non è un caso che tremiate di fronte alla selezione naturale.



E certo, non è soltanto l’Ilva. Sì, c’è l’Eni, ci sono gli inceneritori e tutto il piscio che per 50 anni ci siamo presi in faccia, pur di avere qualcuno che ci dicesse cosa fare. Sì, certo. Ma da qualche punto, magari, partiamo.



Io non lo so se ci siano state manifestazioni di sostegno in città, i media non ne parlavano. Però quello che è successo oggi a Taranto, un popolo sano, lo avrebbe festeggiato. Lo avrebbe celebrato come una rinascita, come una liberazione, come un’occasione per ripartire, per crescere, per sforzarsi e cagare sangue a costo di diventare migliori.



E sì, certo che mi dispiace per le persone che rischiano di dover rimettere tutto in discussione, di entrare in un periodo nero della propria vita, certo che mi si stringe il cuore perché tutto avrebbe potuto essere più facile e invece è sempre difficile. Certo che mi dispiace per i padri che non sapranno come crescere i figli, per la depressione che ci sarà, per chi a 50 anni non avrà gli strumenti cognitivi per evolversi. Ma il mondo cambia in fretta e bisogna tenere il passo, anche a 50 anni. E, se mai fosse, mi auguro che queste persone siano aiutate. E mi piacerebbe tantissimo che fosse Riva a pagare di sua tasca, un vitalizio minimo a ciascuno degli operai. Mi piacerebbe che chi si è ammalato o chi è stato esposto al rischio di malattie (tipo 300.000 persone) fosse risarcito dal grande padrone. E mi piacerebbe che Riva fosse tenuto senza mangiare e senza bere per tanti giorni, quanti sono gli operai morti nella sua fabbrica.



E certo che mi dispiace per i miei cugini, per i giovani, per chi aveva scelto un compromesso pur di non lasciare la propria terra e la propria famiglia, facendo un lavoro tecnicamente di merda, per non andare, per esserci, per lo stesso amore che provo io per quella città immonda, ormai così lontana.



Mi dispiace per tutte queste persone. Ma mi dispiace molto di più per chi non c’è più.



E ciò che preferisco pensare, in realtà, è che ci sarà crisi ma che attraverso la crisi si cresce.



E, se vale per gli individui, può valere anche per la collettività.



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