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VENDOLA HA STRAVINTO: ORA LISTE CON IL SUO NOME
01 Feb 2010 - 11:22:36
C’era una volta Massimo

D’Alema. Ed era lui l’unico

leader di cui la sinistra

disponesse dopo la morte

di Berlinguer e la lenta fine del Pci.

Sì, Natta, Occhetto, Veltroni, Bindi,

Fassino, Cofferati, Franceschini: tutti

ottimi dirigenti politici, ma nessuno di

loro ha mai avuto nemmeno la metà

del carisma di Massimo

D’Alema.

Qual era la specialità di

Massimo? Quella di saper

infondere nel suo popolo

sicurezza, fiducia, idea

di vittoria. Riconoscere

a una persona il carisma,

in fondo, è questo: l’impressione

di potersi fidare,

la convinzione che quel

leader ne sappia molto

più di noi, possa risolvere

problemi che noi non riusciamo

ad affrontare, sia

capace di battere nemici

che appaiono invincibili.

D’Alema forse non è mai

stato un grande dirigente

politico (gran manovratore,

sì, ma le manovre

spessissimo non riuscivano;

grande stratega, ma

le strategie non andavano

quasi mai in porto e lui le

cambiava in corsa un po’

troppo disinvoltamente...).

Però aveva questa virtù

che gli permetteva di primeggiare

e di sconfiggere

continuamente tutti i suoi

avversari interni: il rapporto

di “dominio” e di

“fede” con il suo popolo.

C’era una volta D’Alema.

Prima della Puglia. Dopo

la Puglia, dopo le primarie del fatidico

24 gennaio, non c’è più D’Alema. Ora

c’è Nichi Vendola. È proprio lui, è Nichi

Vendola il nuovo leader carismatico

della sinistra italiana. L’unico leader

del quale da oggi – e probabilmente

per diversi anni – la sinistra dispone.

La conseguenza più “stabile” delle

elezioni pugliesi è proprio questa: il

cambio della guardia al vertice della

sinistra. Perché la stracciante vittoria

di Nichi Vendola non solo rappresenta

un colpo politico mortale per D’Alema,

ma crea le condizioni per la sua

sostituzione. Vendola si afferma in prima

persona come leader che possiede

lo stesso carisma del suo predecessore:

ha per le mani la dote senza la quale

nessuno, in questa epoca qui di bipolarismo,

può fare politica e

vincere.

Dico queste cose non maramaldeggiando,

né con spirito

festoso. Sono sempre stato

considerato colpevole - e io

stesso mi considero colpevole

- di “concorso esterno in

dalemismo”. Cioè ho sempre

nutrito una fortissima

simpatia politica e anche

umana per D’Alema, sia nei

molti anni durante i quali

abbiamo militato nello stesso

partito (e anche lavorato per

lo stesso giornale,
l’Unità), sia

nei molti anni nei quali non

ho più militato. Dunque segnalo

il cambio della guardia

tra Massimo e Nichi in

modo assolutamente freddo

e analitico.

Ho conosciuto Massimo

D’Alema negli anni della

Fgci. Parlo degli anni ‘70. Mi

ricordo il piglio con il quale

dirigeva i giovani comunisti.

Pensavo proprio che fosse

lui il successore designato di

Berlinguer. Me lo ricordo a

una festa della gioventù, a

Ravenna, quando gli autonomi

invasero il campo della

Fgci, e intervenne la polizia,

sparò, ferì gravemente un

ragazzo, ci fu una assemblea

infernale, con gli autonomi in

netta maggioranza, e Massimo prese

la parola, e parlò per un’ora e mezzo,

interrotto diecimila volte, e alla fine la

spuntò. Come si diceva allora (tempi di

dura democrazia diretta) vinse l’assemblea.

Poi andò a trattare viso a viso con

i capi degli autonomi, trovò un accordo

e salvò la festa della gioventù.
Lotta e governo, piazza e

negoziato: era così. Me lo

ricordo nei giorni di Tien

Ammen, quando era direttore

dell’
Unità. Noi giovani scapestrati

volevamo fare il titolo principale

della prima pagina su Tien Ammen,

parecchi giorni prima che lo facessero

gli altri giornali. Ci eravamo innamorati

della protesta – che era appena

iniziata - di quei ragazzi cinesi.

Però c’era il problema dei rapporti

amichevoli tra il Pci e Deng. Insistemmo,

una sera, e D’Alema, con

quella sua aria indifferente, ci disse:

«i giornalisti siete voi, fate come credete..

». Un po’ sprezzante un po’ fiducioso.

Noi aprimmo il giornale su

Tien Ammen e il giorno dopo venne

giù il cielo: Pajetta furioso, Napolitano

furioso, tutta botteghe Oscure

fuori della grazia di Dio. D’Alema

tenne botta, rispose, non si scompose:

dopo tre giorni di proteste andò

a finire che il segretario del partito,

che era Occhetto, andò lui stesso a

protestare contro l’ambasciata cinese

e disse che comunismo era diventata

una parola impronunciabile...

E me lo ricordo - D’Alema - ai tempi

del ‘77, quando tutto il Pci avrebbe

voluto prendere l’intera gioventù

ribelle, che protestava nelle strade e

nelle università, e che aveva messo

alla berlina Lama, cioè il capo degli

operai, me lo ricordo quando

Amendola parlava di “fascisti rossi”

e Berlinguer di “untorelli”, toccò a

lui, che non aveva ancora 30 anni,

mettersi di traverso, pretendere il

dialogo, sfidare gli stalinisti, litigare

con il potente e saggissimo Bufalini,

e impedire che la frattura tra il Pci

e la nuova generazione fosse completa

e irreversibile. Passò un anno

e Berlinguer salì sul palco di un festival

dell’Unità, a Genova e disse.

«Attenti, quei ragazzi del ‘77 sono

figli nostri...». Già.

Spesso ha avuto ragione D’Alema.

Ma il tempo passa, e quando si accumulano

troppe sconfitte, il carisma

svanisce.

E Vendola? La sera del 24 gennaio,

quando è riuscito (con l’aiuto di

Nicola Fratoianni) mentre da tutta

la Puglia arrivavano le notizie del

trionfo, del plebiscito bulgaro, quando

è riuscito a fare in modo che le migliaia

di persone osannanti, davanti

al comitato elettorale, e furibonde

contro il bamboccione Boccia, accogliessero

lo sfidante, che veniva a riconoscere

l’esito delle primarie, con

neanche un fischio, neanche un grido

ostile, e alla fine persino con un

forte e simpatico applauso, è stato in

quel momento lì che si è capito che

è lui il nuovo leader della sinistra. È

capace di non farsi trainare dal suo

popolo, ma di parlarci, di spiegarsi,

di indicare la strada.

La misura debordante della vittoria

alle primarie, ottenuta in perfetta solitudine,

contro l’intero apparato di

tutti i partiti del centrosinistra, e forse

anche contro l’apparato dell’Udc

- e proprio lì in Puglia cioè nella terra

di D’Alema - è la prova provata

che Nichi ha il dono del carisma.

Cosa vuol dire questo? Penso che

voglia dire che dopo molte peregrinazioni,

vari governi Prodi, tentativi

un po’ scombiccherati con perso-

adesso esiste a sinistra una figura che

in prospettiva può opporsi a Silvio

Berlusconi. La sinistra ha il leader. E

quando dico la sinistra – immagino

che si sia capito – penso al centrosinistra,

cioè a tutte quelle forze che

si collocano fuori dall’influenza di

Berlusconi e del Pdl.

Alla sinistra serve un leader? Questo

nodo va affrontato. Perché da anni

la sinistra sostiene che la differenza

antropologica tra se stessa e la destra

è che da una parte c’è la scelta del

leaderismo dall’altra la scelta della

democrazia. Cioè sostiene che leaderismo

e democrazia sono in contrasto,

sono inconciliabili. Davvero

è cosi?

Diciamo che sul piano dei principi

e delle aspirazioni è così. La sinistra

aspira a un modo di fare politica

orizzontale, fondato su molte

responsabilità, sulla partecipazione

di massa, sulla capacità di organizzare

forze che sappiano imporre i

propri punti di vista, le proprie idee,

di controbilanciare le forze e le idee

della destra. Però, per fare politica

in modo serio, bisogna tener conto

della condizioni date. E oggi le

condizioni date sono quelle del bipolarismo

e del leaderismo. In tutta

Europa e in America. E in nessun

paese democratico del mondo, dal

Cile alla Bolivia, agli Stati Uniti alla

Francia, è possibile vincere, e quindi

affermare le proprie politiche, senza

un leader forte. Un leader è una scorciatoia?

Cioè è il modo per aggirare

la necessaria costruzione di una strategia,

di una alleanza, di una comunità?

È anche questo un leader, ma

oggi, senza un leader, non è neppure

pensabile costruire una strategia,

una alleanza, una comunità. Quindi

sarebbe bene che la sinistra prendesse

atto di questo e si decidesse a partecipare

alla battaglia politica senza

imporsi degli svantaggi. Rinunciare

alla guida di un leader carismatico

è uno svantaggio incolmabile, anche

perché la destra ha un formidabile

leader come Berlusconi.

Vendola è questo leader. Vendola

è un credibile “antiberlusconi”. Il

primo in circolazione dal 1994 ad

oggi.

Alle prossime elezioni regionali sarà

la sinistra radicale, cioè Sinistra

ecologia e libertà, a dover utilizzare

questo leader. Chiamando le sue liste

elettorali, in tutta Italia “Liste per

Vendola”, cioè mettendo il nome del

leader sulla lista, come fanno tutti gli

altri partiti. Se non lo farà farà harakiri.

Dopodiché, dal giorno dopo

i risultati elettorali delle regionali,

sarà ragionevole che Pd e vendoliani

si siedano intorno a un tavolo e

decidano le tappe per l’unificazione

delle forze della sinistra.

P.S. Due mesi fa avevo suggerito a

Vendola di ritirarsi dalle primarie.

Per fortuna che nessuno mi dà ascolto

Mario · 164 visite · 1 commento

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Commenti

Commento di: giarSrosso [ Membro ] Sito Web
una delle verità di tutto l'articolo è racchiusa nel p.s.
L'involuzione della Sinistra è avvenuta propio con l'introduzione de liderismo nel nostro D.n.a. Non perchè prima leader non ne esistesso! Ma essi erano dirigenti, prima che leader, e si riconoscevano più come corpo del Partito(dirigente) che nel personalismo del leader; perchè ,dietro sempre c'è più di qualcuno, che in ombra sono, lo stratega politico.Per cui è un insieme di dirigenti che mettono insieme il loro carisma per concretizzare una linea affermativa e vincente.Il leader, inteso da Sansonetti, è quello invece, che per rimaner tale, si circonda solo di nani esecutori, e non fà crescere, altri dirigenti che possono dare il ricambio al tempo dovuto; percui diventa indispensabile agli occhi del suo popolo(bue). NIKI, non è così! Egli potenzia chi gli si avvicina , e fà uscire dalle recondite nostre capacità, la forza delle idee, che sempre più, devono caratterizzare il nostro movimento di: Sinistra.Ecologia Libertà; che usando il medoto democratico e la pratica pacifista, deve dare visivamente, un cambiamento delle cose presenti, ed un inveramento del sistema sociale e politico in atto. Questa è la SPERANZA che dobbiamo alle nuove Generazionii.
   02.02.10 @ 20:02:34

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