D’Alema. Ed era lui l’unico
leader di cui la sinistra
disponesse dopo la morte
di Berlinguer e la lenta fine del Pci.
Sì, Natta, Occhetto, Veltroni, Bindi,
Fassino, Cofferati, Franceschini: tutti
ottimi dirigenti politici, ma nessuno di
loro ha mai avuto nemmeno la metà
del carisma di Massimo
D’Alema.
Qual era la specialità di
Massimo? Quella di saper
infondere nel suo popolo
sicurezza, fiducia, idea
di vittoria. Riconoscere
a una persona il carisma,
in fondo, è questo: l’impressione
di potersi fidare,
la convinzione che quel
leader ne sappia molto
più di noi, possa risolvere
problemi che noi non riusciamo
ad affrontare, sia
capace di battere nemici
che appaiono invincibili.
D’Alema forse non è mai
stato un grande dirigente
politico (gran manovratore,
sì, ma le manovre
spessissimo non riuscivano;
grande stratega, ma
le strategie non andavano
quasi mai in porto e lui le
cambiava in corsa un po’
troppo disinvoltamente...).
Però aveva questa virtù
che gli permetteva di primeggiare
e di sconfiggere
continuamente tutti i suoi
avversari interni: il rapporto
di “dominio” e di
“fede” con il suo popolo.
C’era una volta D’Alema.
Prima della Puglia. Dopo
la Puglia, dopo le primarie del fatidico
24 gennaio, non c’è più D’Alema. Ora
c’è Nichi Vendola. È proprio lui, è Nichi
Vendola il nuovo leader carismatico
della sinistra italiana. L’unico leader
del quale da oggi – e probabilmente
per diversi anni – la sinistra dispone.
La conseguenza più “stabile” delle
elezioni pugliesi è proprio questa: il
cambio della guardia al vertice della
sinistra. Perché la stracciante vittoria
di Nichi Vendola non solo rappresenta
un colpo politico mortale per D’Alema,
ma crea le condizioni per la sua
sostituzione. Vendola si afferma in prima
persona come leader che possiede
lo stesso carisma del suo predecessore:
ha per le mani la dote senza la quale
nessuno, in questa epoca qui di bipolarismo,
può fare politica e
vincere.
Dico queste cose non maramaldeggiando,
né con spirito
festoso. Sono sempre stato
considerato colpevole - e io
stesso mi considero colpevole
- di “concorso esterno in
dalemismo”. Cioè ho sempre
nutrito una fortissima
simpatia politica e anche
umana per D’Alema, sia nei
molti anni durante i quali
abbiamo militato nello stesso
partito (e anche lavorato per
lo stesso giornale, l’Unità), sianei molti anni nei quali non
ho più militato. Dunque segnalo
il cambio della guardia
tra Massimo e Nichi in
modo assolutamente freddo
e analitico.
Ho conosciuto Massimo
D’Alema negli anni della
Fgci. Parlo degli anni ‘70. Mi
ricordo il piglio con il quale
dirigeva i giovani comunisti.
Pensavo proprio che fosse
lui il successore designato di
Berlinguer. Me lo ricordo a
una festa della gioventù, a
Ravenna, quando gli autonomi
invasero il campo della
Fgci, e intervenne la polizia,
sparò, ferì gravemente un
ragazzo, ci fu una assemblea
infernale, con gli autonomi in
netta maggioranza, e Massimo prese
la parola, e parlò per un’ora e mezzo,
interrotto diecimila volte, e alla fine la
spuntò. Come si diceva allora (tempi di
dura democrazia diretta) vinse l’assemblea.
Poi andò a trattare viso a viso con
i capi degli autonomi, trovò un accordo
e salvò la festa della gioventù.Lotta e governo, piazza e
negoziato: era così. Me lo
ricordo nei giorni di Tien
Ammen, quando era direttore
dell’Unità. Noi giovani scapestrativolevamo fare il titolo principale
della prima pagina su Tien Ammen,
parecchi giorni prima che lo facessero
gli altri giornali. Ci eravamo innamorati
della protesta – che era appena
iniziata - di quei ragazzi cinesi.
Però c’era il problema dei rapporti
amichevoli tra il Pci e Deng. Insistemmo,
una sera, e D’Alema, con
quella sua aria indifferente, ci disse:
«i giornalisti siete voi, fate come credete..
». Un po’ sprezzante un po’ fiducioso.
Noi aprimmo il giornale su
Tien Ammen e il giorno dopo venne
giù il cielo: Pajetta furioso, Napolitano
furioso, tutta botteghe Oscure
fuori della grazia di Dio. D’Alema
tenne botta, rispose, non si scompose:
dopo tre giorni di proteste andò
a finire che il segretario del partito,
che era Occhetto, andò lui stesso a
protestare contro l’ambasciata cinese
e disse che comunismo era diventata
una parola impronunciabile...
E me lo ricordo - D’Alema - ai tempi
del ‘77, quando tutto il Pci avrebbe
voluto prendere l’intera gioventù
ribelle, che protestava nelle strade e
nelle università, e che aveva messo
alla berlina Lama, cioè il capo degli
operai, me lo ricordo quando
Amendola parlava di “fascisti rossi”
e Berlinguer di “untorelli”, toccò a
lui, che non aveva ancora 30 anni,
mettersi di traverso, pretendere il
dialogo, sfidare gli stalinisti, litigare
con il potente e saggissimo Bufalini,
e impedire che la frattura tra il Pci
e la nuova generazione fosse completa
e irreversibile. Passò un anno
e Berlinguer salì sul palco di un festival
dell’Unità, a Genova e disse.
«Attenti, quei ragazzi del ‘77 sono
figli nostri...». Già.
Spesso ha avuto ragione D’Alema.
Ma il tempo passa, e quando si accumulano
troppe sconfitte, il carisma
svanisce.
E Vendola? La sera del 24 gennaio,
quando è riuscito (con l’aiuto di
Nicola Fratoianni) mentre da tutta
la Puglia arrivavano le notizie del
trionfo, del plebiscito bulgaro, quando
è riuscito a fare in modo che le migliaia
di persone osannanti, davanti
al comitato elettorale, e furibonde
contro il bamboccione Boccia, accogliessero
lo sfidante, che veniva a riconoscere
l’esito delle primarie, con
neanche un fischio, neanche un grido
ostile, e alla fine persino con un
forte e simpatico applauso, è stato in
quel momento lì che si è capito che
è lui il nuovo leader della sinistra. È
capace di non farsi trainare dal suo
popolo, ma di parlarci, di spiegarsi,
di indicare la strada.
La misura debordante della vittoria
alle primarie, ottenuta in perfetta solitudine,
contro l’intero apparato ditutti i partiti del centrosinistra, e forse
anche contro l’apparato dell’Udc
- e proprio lì in Puglia cioè nella terra
di D’Alema - è la prova provata
che Nichi ha il dono del carisma.
Cosa vuol dire questo? Penso che
voglia dire che dopo molte peregrinazioni,
vari governi Prodi, tentativi
un po’ scombiccherati con perso-adesso esiste a sinistra una figura che
in prospettiva può opporsi a Silvio
Berlusconi. La sinistra ha il leader. E
quando dico la sinistra – immagino
che si sia capito – penso al centrosinistra,
cioè a tutte quelle forze che
si collocano fuori dall’influenza di
Berlusconi e del Pdl.
Alla sinistra serve un leader? Questo
nodo va affrontato. Perché da anni
la sinistra sostiene che la differenza
antropologica tra se stessa e la destra
è che da una parte c’è la scelta del
leaderismo dall’altra la scelta della
democrazia. Cioè sostiene che leaderismo
e democrazia sono in contrasto,
sono inconciliabili. Davvero
è cosi?
Diciamo che sul piano dei principi
e delle aspirazioni è così. La sinistra
aspira a un modo di fare politica
orizzontale, fondato su molte
responsabilità, sulla partecipazione
di massa, sulla capacità di organizzare
forze che sappiano imporre i
propri punti di vista, le proprie idee,
di controbilanciare le forze e le idee
della destra. Però, per fare politica
in modo serio, bisogna tener conto
della condizioni date. E oggi le
condizioni date sono quelle del bipolarismo
e del leaderismo. In tutta
Europa e in America. E in nessun
paese democratico del mondo, dal
Cile alla Bolivia, agli Stati Uniti alla
Francia, è possibile vincere, e quindi
affermare le proprie politiche, senza
un leader forte. Un leader è una scorciatoia?
Cioè è il modo per aggirare
la necessaria costruzione di una strategia,
di una alleanza, di una comunità?
È anche questo un leader, ma
oggi, senza un leader, non è neppure
pensabile costruire una strategia,
una alleanza, una comunità. Quindi
sarebbe bene che la sinistra prendesse
atto di questo e si decidesse a partecipare
alla battaglia politica senza
imporsi degli svantaggi. Rinunciare
alla guida di un leader carismatico
è uno svantaggio incolmabile, anche
perché la destra ha un formidabile
leader come Berlusconi.
Vendola è questo leader. Vendola
è un credibile “antiberlusconi”. Il
primo in circolazione dal 1994 ad
oggi.
Alle prossime elezioni regionali sarà
la sinistra radicale, cioè Sinistra
ecologia e libertà, a dover utilizzare
questo leader. Chiamando le sue liste
elettorali, in tutta Italia “Liste per
Vendola”, cioè mettendo il nome del
leader sulla lista, come fanno tutti gli
altri partiti. Se non lo farà farà harakiri.
Dopodiché, dal giorno dopo
i risultati elettorali delle regionali,
sarà ragionevole che Pd e vendoliani
si siedano intorno a un tavolo e
decidano le tappe per l’unificazione
delle forze della sinistra.
P.S. Due mesi fa avevo suggerito a
Vendola di ritirarsi dalle primarie.
Per fortuna che nessuno mi dà ascolto





















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